La guerra di PJ Harvey: uno sguardo ferito sulle miserie del mondo

Perchè trasferire nelle canzoni la miseria del mondo, le sue guerre abominevoli e i danni collaterali che lasciano ferite difficili da guarire, o la povertà disumana nelle baraccopoli occidentali?Fino a che punto è lecito, si chiedono alcuni critici musicali, l’intento di soddisfare l’effetto informativo ed emozionale, senza scivolare nella compassione ipocrita dei nostri occhi occidentali? Diverse critiche (soprattutto da esponenti politici) e punti interrogativi ha sollevato il nuovo album The Hope Six Demolition Project  della singolare artista britannica Pj Harvey, premiata nel 2011 con il Mercury Prize per Let England Shake.

Polly Jean si sveste dei panni di rocker maledetta, in realtà già abbandonati da tempo per abbracciare la fase del folk austero in abiti vittoriani e autoharp, e indossa quelli da reporter di denuncia sociale.

Polly Jean osserva l’impero sgretolarsi nei suoi viaggi nelle zone calde dell’Afghanistan, Kosovo e nelle periferie di Washington Dc in compagnia del fotografo e filmmaker Seamus Murphy.

Un viaggio tra le ferite del mondo, che partorisce undici  brani.

Il titolo del nuovo disco è ispirato agli Hope VI, i progetti di riqualificazione dei quartieri poveri statunitensi ad alto tasso di criminalità che ha portato alla demolizione delle case popolari e ha costretto molti residenti ad andarsene perché non potevano più permettersi di vivere lì. The community of hope parla dello Ward 7, una zona povera di Washington che con le nuove costruzioni ha accentuato disuguaglianze.

pj.

 

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