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Riace, Mimmo Lucano: colpevole di disobbedienza civile?

Il sindaco dell’accoglienza, del cosiddetto modello Riace, Mimmo Lucano, è finito oggi agli arresti domiciliari perchè accusato dalla Procura di Locri di immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.
The Universal, aveva già parlato del sindaco del piccolo comune calabrese in un articolo in cui veniva inserito nella lista dei 50 “potenti” della terra secondo la rivista americana Fortune per il merito di aver rilanciato la cittadina grazie al suo impegno per i migranti. Riace, il comune calabrese di quasi 2000 anime, è infatti noto non solo per il ritrovamento dei Bronzi, ma anche per aver esportato nel mondo un modello di accoglienza e solidarietà.

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Oggi è proprio quella politica di accoglienza ad essere sotto accusa nell’operazione Xenia, parola che in greco antico assume il concetto dell’ospitalità e dei rapporti tra ospite e ospitante. Era un dovere per i greci ospitare coloro che chiedevano ospitalità. Così come, evidentemente, lo è stato per Mimmo Lucano, che ha sempre accolto a braccia aperte i migranti. A distanza di un anno circa dalla perquisizione subita, Mimmo Lucano è stato arrestato con un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip, su richiesta del procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, che ha deciso anche il divieto di dimora per la sua compagna Tesfahun Lemlem.

La misura cautelare – è scritto in una nota firmata dal magistrato – rappresenta l’epilogo di approfondite indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico”. Secondo i Pm “è emersa la particolare spregiudicatezza del sindaco Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell’organizzare veri e propri ‘matrimoni di convenienza’ tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano”. Lucano e Tesfahun avrebbero “architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia”.
A leggere le intercettazioni più che colpevole, Mimmo Lucano è un “disobbediente civile” che si è dichiarato consapevolmente “fuorilegge” per aver cercato di “salvare” a suo modo vite umane. Ma di questo ora dovrà risponderne davanti alla legge.

Ecco cosa mangiano i bambini nelle mense scolastiche in giro per il mondo

Le mense scolastiche negli Stati Uniti sono sempre al centro del dibattito pubblico, per una buona ragione. Il National School Lunch Program (NPL), che offre pranzi a basso costo o gratuiti, serve oltre 31 milioni di studenti, il 92 percento degli Stati Uniti, in scuole pubbliche e private.

Ciò significa che le restrizioni dietetiche e le disposizioni del NPL dovrebbero essere fonte di preoccupazione per la maggior parte dei genitori degli Stati Uniti. Bene, Sweetgreen, una catena di ristoranti di insalate, che gestisce il programma Sweetgreen in Schools con lo scopo di educare i bambini a mangiare sano, ha creato una serie di foto per mostrare ciò che i bambini di tutto il mondo mangiano a pranzo rispetto agli Stati Uniti. Queste scuole servono pasti gourmet. Scorri verso il basso per confrontare le immagini!

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italy-5bb3126779df2__700Pesce locale con rucola, pasta con salsa di pomodoro, insalata caprese, baguette e uva.

south-korea-5bb312696238e__700Zuppa di pesce, tofu su riso, kimchi e verdure fresche

spain-5bb3126b3cb1a__700Gamberi saltati su riso integrale e verdure, gazpacho, peperoni freschi, pane e un’arancia.

brazil-5bb3125f4b035__700Carne di maiale con verdure miste, fagioli neri e riso, insalata, pane e piantaggine al forno.

greece-5bb3126555da3__700Pollo al forno con orzo, foglie di vite ripiene, insalata di pomodori e cetrioli, arance fresche e yogurt greco con semi di melograno.

finland-5bb312616db97__700Zuppa di piselli, insalata di barbabietole, insalata di carote, pane e pannakkau (frittella dolce) con bacche fresche.

ukraine-5bb3126ce41ac__700Purè di patate con salsiccia, borscht, cavolo e syrniki (un pancake dolce).

france-5bb31263585c0__700Bistecca, carote, fagiolini, formaggio e frutta fresca.

usa-5bb3126f1af37__700Pollo fritto “popcorn”, purè di patate, piselli, tazza di frutta e un biscotto con gocce di cioccolato.

Disabilità e scuola. Una maestra racconta in un post-denuncia la difficile strada dell’inclusione

Da un po’ di giorni sta circolando in rete un post, pubblicato su facebook da Irene Colombo, nel quale una maestra racconta il suo primo giorno di scuola a sostegno di una bambina disabile. Un racconto “amaro” che ha fatto molto discutere e riflettere intorno all’integrazione ed inclusione scolastica degli alunni con disabilità.

“Sono una mamma e una maestra di scuola primaria quest’anno sono stata nominata sul sostegno di una bimba grave, gravissima e …bellissima. Bene: appena arrivo in classe la maestra prevalente mi avverte “Stai attenta alla madre che cercherà in tutti i modi di tirarti dentro alla sua sofferenza e poi è un po’ fissata con il fatto che la figlia può far tutto, capisce tutto ecc.” ed io …sto zitta.

Mi dice che dobbiamo andare a visitare un posto con la classe e che la mamma si è “fissata” col fatto che debba andarci anche la figlia… sto zitta ancora e intanto incrocio gli occhi della bimba che sono quelli della mia e dentro di me le parlo e le dico “stai tranquilla ti ci porto io” …lei sorride è bellissima…nessuna maestra però che ormai è con lei da tre anni mi dice quali siano le sue competenze o no, la diagnosi funzionale è troppo generica. Usciamo e inizia la visita guidata. La bimba con la sedia a rotelle cerca di spingersi avanti per guardare i quadri, le tele, i dipinti ma la maestra di classe mi dice di tirarla indietro perchè leva il posto e la visuale a chi “capisce”…
Resisto e faccio come se non avessi sentito, la porto ovunque e le parlo e le spiego… la maestra mi guarda di sbieco.
Torniamo in classe e mentre tutto il gruppo classe relaziona sull’uscita lei non ha un compito, un libro, niente… e io sono al mio primo giorno e non ho preparato niente.
Poco male mi organizzo, la coinvolgo e chiedo alla sua compagna di banco, una bimba carinissima, di farci sbirciare sul libro lei ci prova ma poi dice che non ha tempo deve lavorare con gli altri.
Merenda: da sola e gli altri in gruppo. Cambio pannolino da panico: i bidelli fanno a gara per non venire, ti cambio io amore, è un’ora che sei con la cacca. Parlo con la maestra dell’anno scorso che mi scarica addosso una serie di cattiverie sulla madre sulla famiglia e sul fatto che non si può lavorare con un handicap così grave. Le chiedo se ha mai usato la CAA o la tecnologia e mi dice che loro del sostegno vengono da una laurea in scienze della formazione e che hanno sostenuto solo quattro esami troppo generici per poter sapere tutto…
RESISTO ANCORA.
Intanto sono completamente innamorata della mia bimba… in lei c’ è la mia, la sofferenza della madre è la mia … Le risposte le ho da lei. Uno scricciolo accartocciato su se stesso che indica in modo corretto tutti i colori, le forme, le lettere, i numeri che risponde esattamente a tutte le mie domande con gridolini che capisco e interpreto bene.
Le ho dato mille baci e lei mi ha fatto mille carezze. Alla fine della giornata saluto e la maestra di classe mi dice “comunque sei molto portata ne avevamo bisogno”!
Mi giro e sulla porta dico “corro a casa c’è mia figlia completamente disabile che mi aspetta. GELO TOTALE.
Oggi sono arrivata con il mio Ipad e con l’aria di quella incavolata, loro, le maestre hanno cercato di recuperare ma io ho detto: “Sentite, io non sono la maestra di questa bimba, io sono una maestra di classe a supporto della classe, la bimba è di tutti, di tutta la classe quindi o si programma insieme o sono cavoli amari. Se vedeste quello che vedo io in lei, se vedeste dentro questo corpo che non risponde una bimba come le altre desiderosa di scoprire di sapere di giocare di interagire allora questa classe sarebbe migliore, voi sareste delle persone migliori e il mondo sarebbe una favola.”
La mia bimba si è divertita un mondo con le applicazioni app… tutti i bimbi erano dietro di lei a cercare di capire cosa stesse usando… ho fatto un piccolo gruppo ricreativo e fuori dal suo banco ha potuto far merenda con altri bimbi… le ho portato un libro di favole e le ho detto in un orecchio di leggerlo quando non ci sono così non si sente sola. Ha diciotto ore e quando è senza di me… è sola a guardare il nulla.
Ora sono a casa e guardo mia figlia …e spero e prego che lei possa sopravvivere alle cattiverie e all’ignoranza della gente.
Una maestra e una mamma”

BUON INIZIO SCUOLA AMORE MIO, BUON INIZIO SCUOLA A TUTTI I BAMBINI CHE, ORMAI DA UNA SETTIMANA SONO RITORNATI A SCUOLA. BUON INIZIO AGLI INSEGNANTI E BUON INIZIO A TUTTI GLI EDUCATORI, GENITORI COMPRESI.

EDUCARE È UN COMPITO DI TUTTI. L’ESEMPIO È LA PRIMA FORMA DI EDUCAZIONE!

Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo.
(Maria Montessori)

Love around the world: le più belle foto di matrimonio del 2018

Per molte coppie il matrimonio è il giorno più importante, da incorniciare nella memoria attraverso immagini che catturano l’essenza e la magia di una festa speciale.

Il concorso Junebug Weddings 2018  ha raccolto più di 5.000 immagini inviate da fotografi sparsi in 35 paesi del mondo.

Migliaia di foto scattate nelle splendide località scelte per la cerimonia o come meta del viaggio di nozze. Solo 50 hanno colpito i giudici che hanno premiato il romanticismo e la bellezza dei luoghi. Ecco la Top 50.

Maggiori informazioni: junebugweddings.com

#1 Renania-Palatino, Germania
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#2 Pandawa, Bali, Indonesia
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#3 Eilean Donan Castle, Scozia
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#4 Glen Oaks Big Sur, California, Stati Uniti
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#5 Venezia, Italia
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#6 Cliffs Of Moher, Irlanda
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#7 Pura Lempuyang Luhur, Bali, Indonesia
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#8 Isle Of Skye, Regno Unito
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#9 Maui, Hawaii, Stati Uniti
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#10 Snæfellsnes, Islanda
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#11 Cartagena. Columbia
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#12 Queenstown, Nuova Zelanda
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#13 Jigokudani Valley, Nagano, Giappone
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#14 Islanda orientale
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#15 Porto, Portogallo
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#16 Lago Di Braies, Italia
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#17 Lake Wakatipu, Queenstown, Nuova Zelanda
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#18 Martinborough, Nuova Zelanda
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#19 Bai Tho Mountain, Vietnam
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#20 Santorini, Grecia
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#21 Kintamani, Bali, Indonesia
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#22 Snoqualmie Pass, Washington, Stati Uniti
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#23 Baltimora, Maryland, Stati Uniti
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#24 Northland, Nuova Zelanda
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#25 Seljalandsfoss, Islanda
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#26 Palma di Maiorca, Spagna
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#27 Brooklyn, New York, Stati Uniti
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#28 Bonneville Salt Flats, Utah, Stati Uniti
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#29 Castello di Paracense, in Spagna
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#30 Chania, Creta, Grecia
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Mostre, Giorgio Di Noto e Sara Palmieri riflettono sulle possibilità della percezione

Matèria ospita la doppia personale di Giorgio Di Noto e Sara Palmieri, due artisti che attraverso la loro ricerca riflettono sui limiti e sulle possibilità della percezione. In questa occasione le due stanze di Matèria sono trattate come due spazi separati in cui fruire di due mostre personali in una volta sola.

Giorgio Di Noto presenta nella prima sala una selezione di diversi lavori che convergono sui concetti di temporaneità, materialità e distanza. Tutte le opere, seppur attraverso media diversi – fotografia, stampa 3D, monitor offrono un punto di vista alternativo sulla natura e l’esperienza della visione,  portando lo spettatore a confrontarsi con la natura stessa dell’ immagine e con la sua elaborazione e traduzione nella memoria.

L’analisi del modo in cui percepiamo, elaboriamo e ricordiamo (o dimentichiamo) le immagini è il filo conduttore che alimenta la ricerca di Giorgio Di Noto.

Se la serie Fading Frames mira a rendere visibile la reale percezione delle immagini, che finiscono per diventare macchie indistinte nella nostra memoria attraverso un processo analogico, in Matrix presenta invece la struttura che sottostà ad una fotografia nella sua traduzione in immagine digitale. L’immagine è il risultato di puri algoritmi che, applicati alle fotografie, hanno prodotto delle composizioni astratte, frutto di un’elaborazione automatica, che restituisce una possibile versione dello scheletro di un un’immagine numerica.

Con The Kiss l’indagine viene spostata verso il tentativo di tradurre una fotografia in un oggetto tridimensionale. Una famosa icona – The Kiss di Robert Doisneau – da cui il lavoro prende il titolo, viene trasformata in una scultura apparentemente astratta che rivela l’immagine di partenza solo in certe condizioni di luce e in una posizione specifica. La distanza tra l’osservatore e l’oggetto è il nodo cruciale del lavoro, in quanto determina la possibilità stessa della visione costringendolo a cercare una relazione profonda (in termini fisici e mentali) con un’icona, o meglio con l’immagine mentale che abbiamo di essa. Infine Screening è un’installazione composta da diversi schermi accesi che ad occhio nudo risultano completamente bianchi: solo attraverso un filtro sarà possibile scorgere da lontano quello che gli schermi realmente proiettano, scoprendo così un caos di immagini che si accavallano, a rappresentare il nostro quotidiano incessante rapporto con esse.

Giorgio Di Noto, The Kiss (2)

Sara Palmieri presenta nella seconda e più ampia sala di Matèria un allestimento site specific. La forma del silenzio pone un interrogativo: si può rompere il muro che separa l’uomo dalla sua percezione limitata di tempo, spazio e infinito? L’artista prova a rispondere a questa domanda esplorando il rapporto tra silenzio, flusso emozionale ed esplosione catartica che porta ogni essere umano a sentire il desiderio di trascendere, di ricongiungersi al metafisico. La forma del silenzio racconta la dilatazione del millesimo di secondo e la metamorfosi dello spazio percettivo, decostruisce e ricostruisce mondi, universi, ricerca nuovi livelli, analizza gli strati intimi dell’emotività, attraverso storie e relazioni. Nella sala, una distesa di ghiaia nera diviene metafora del tempo che esiste in quanto attraversato dall’uomo, e l’oro che appare e invade ricorda l’impossibilità di accettare il suo scorrere incessante e l’umana illusione di poterlo arrestare. A parete, l’installazione Tacita Muta traccia una costellazione immaginaria in cui le ‘stelle’ diventano una nuova mappa di riferimenti dove materia, roccia e corpi umani si trasformano gli uni gli altri e si somigliano, ripercorrendo quei concetti einsteiniani dove tutto è relativo, lo spazio e il tempo esistono ma non sono indipendenti da quanto accade, sono fatti della stessa materia di cui sono fatte le altre cose del mondo.

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Immagini, installazioni e suoni individueranno un percorso cognitivo tra spazio e tempo, tra stasi e azione, tra silenzio e rumore, con l’obiettivo di fuoriuscire dal canone della forma e dare un suggerimento al pubblico: guardate oltre il visibile, abbracciate la vostra ribellione, rischiate la vostra rivoluzione.

‘Per ’La Forma del Silenzio’ – afferma Sara Palmieri –  sono partita da testi di fisica e scienza, da Rovelli a Klein passando per Bergson, ma sono finita a Lanzarote leggendo Saramago ed Hesse, perché la scienza mi ha portato nello stesso luogo in cui conduce la poesia: al di là del visibile, oltre l’ordine delle cose presenti”.

 

Biografia

 

Giorgio Di Noto (Roma 1990), ha studiato fotografia al Centro Sperimentale di Fotografia A. Adams e ha imparato le tecniche di camera oscura lavorando con alcuni stampatori in Italia. Nel 2011 inizia una ricerca sui materiali e i linguaggi fotografici concentrandosi sul rapporto tra processo tecnico e contenuto delle immagini. Prosegue la formazione partecipando al Reflexion Masterclass e al Joop Swart Masterclass (World Press Photo) dove approfondisce e sviluppa progetti interattivi attraverso la sperimentazione di diversi procedimenti di stampa. Con il libro in edizione limitata “ The Arab Revolt” è menzionato in “ The Photobook. A History. Vol. III” di Martin Parr e Gerry Badger e viene segnalato dal British Journal of Photography tra i “Ones to watch” 2013. Nel 2017 pubblica il libro “The Iceberg” edito da Edition Patrick Frey.  Vive e lavora a Roma dove frequenta la facoltà di Filosofia all’Università La Sapienza.

 

Sara Palmieri (Roma, 1974) vive e lavora a Roma, dove si laurea in Architettura nel 2005. Nel suo lavoro la fotografia è il mezzo scelto per indagare gli aspetti non visibili della realtà, attraverso un processo fatto di ricordi e intuizioni, inconscio e rivelazioni, frammenti e ricomposizioni. Le immagini sono spesso un punto di partenza, porzioni della realtà percepita poi riassemblate in nuove ipotesi attraverso una rappresentazione metafisica che sovverte gli schemi percettivi e il senso, mescola realtà e finzione, lasciando emergere ciò che non è visibile.  Tempo e spazio sono sia gli strumenti di ricerca che l’oggetto indagato. Tra il 2015 ed il 2016 prende parte alla prima ISSP Masterclass tenuta da Aaron Schuman. Nel 2016 il suo libro La plume plongea la tête vince il Premio Marco Bastianelli come miglior libro italiano autoprodotto. I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in festival e gallerie, tra i quali Fotohaus ParisBerlin Gallery, Arles (2017), Focus Photography Festival, Mumbai (2017), Landskrona Fotofestival (2016), Krakow Photomonth (2016), Nopx Gallery, Torino (2016), Obscura Festival, Malesia e Fotografia Festival di Roma (2015), Wuho Gallery, L.A. (2013). Il suo lavoro Scenario è parte di A Place Both Wonderful and Strange, libro pubblicato da Fuego Books ad Ottobre 2017.

 

 

Info:

Giorgio Di Noto | Sulla distanza delle immagini

Sara Palmieri | La forma del silenzio

Opening 06 giugno 208 h 19:00

Dal 07 giugno al 19 luglio 2018

Matèria, Via Tiburtina 149, Roma

Orari: da martedì a sabato dalle 11:00 alle 19:00

Contatti: contact@materiagallery.com, www.materiagallery.com

Ufficio stampa: press@materiagallery.com

Chiara Ciucci Giuliani chiaracgiuliani@gmail.com mob: +39 392 917 3661

Roberta Pucci robertapucci@gmail.com mob: +39 340 817 4090

 

“Chi cerca trova”, il mondo interiore di Katarina Janeckova in mostra a Roma

La Richter Fine Art ospita la prima mostra personale in galleria dell’artista slovacca Katarina Janeckova.

Dopo aver partecipato alla collettiva COM surrogate (5 dicembre 2017 – 31 gennaio 2018) l’artista presenta la sua ultima serie di lavori.

Slovacca di nascita e texana per amore, nel 2013, dopo il Master in pittura, si trasferisce negli States con il suo futuro marito.

Katarina Janeckova si è guadagnata in breve tempo una posizione distinta tra i migliori talenti della sua generazione, è riuscita nella sua impresa non solo grazie alla sua pittura figurativa tipicamente rilassata, caratterizzata da espressività emotiva, ma soprattutto grazie all’onestà con cui interpreta le sue esperienze quotidiane non convenzionali. Documenta la sua vita a tal punto che le sue opere possono essere percepite quasi come le voci di un diario. I suoi dipinti raccontano la cultura texana, fatta di pescatori locali di un piccolo paese, il suo cortile, le tonnellate di piatti nel lavandino, lavoratori che costruiscono case intorno, il giardino, il deserto, i serpenti, i cowboy, le cowgirl e ovviamente suo marito.

«Chi cerca trova  – afferma l’artista – è stata la prima frase che ho imparato in italiano. Mio padre, scomparso sette anni fa, mi ha insegnato questa frase prima del mio primo viaggio in Italia, quando avevo dodici anni, e non l’ho mai dimenticata. Da allora l’ho usata nella mia vita. Appena trasferita in Texas mi ci è voluto un po’ per smettere di compatirmi e rendermi conto che vivere qui può essere un’opportunità per guardare la vita in modo diverso. Ogni giorno di più i soggetti che dipingo diventavano una ricca fonte di divertimento, ispirazione, e infine ammirazione, finchè ho capito di aver trovato quello che stavo cercando».

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Ma Katarina Janeckova non si affida interamente alla realtà esterna, uguale, se non maggiore, è l’attenzione rivolta al suo mondo interiore. Questa fusione di eventi, sentimenti e pensieri soggettivi particolari, crea il raro tipo d’intensità che si irradia dal suo lavoro. È davvero impossibile separare la fantasia dalla realtà, poiché la prima si fonde costantemente con quest’ultima e viceversa. Sebbene spesso basata sulla sua esperienza personale, l’approccio dell’artista non è esclusivamente documentario in modo descrittivo. La sua capacità di esprimersi attraverso simboli ampiamente riconosciuti e facilmente riciclabili spesso conferisce alle sue scene un aspetto allegorico che sposa il razionale con la sensualità, la castità con il desiderio subconscio irrefrenabile, il convenzionale con un comportamento sessuale provocatorio.

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Katarina Janeckova (Bratislava 1988). Diplomata all’accademia di belle Arti di Bratislava, si è ben guadagnata una posizione distinta tra i migliori talenti della sua generazione.

Lei è riuscita in questa impresa non solo dovuta per la sua pittura caratteristicamente rilassata e marcata da espressività emozionali ma specialmente grazie all’onestà con la quale lei ritrae le sue esperienze non convenzionali. Questa fusione di particolari esperienze, eventi, sentimenti e pensieri rendono una speciale luce ed energia nel suo lavoro. Katarina Janeckova documenta la sua vita a tal punto che le sue rispettive opere possono essere percepite quasi come voci di diario. Comunque lei non si affida interamente alla realtà esterna, ma uguale, se non maggiore, l’attenzione è rivolta sempre al suo mondo interiore.

Tra i principali progetti espositivi si segnala:  No pain No gain, Flatgallery (Bratislava 2013), So Many Fish, So Little Time, SOGA, (Bratislava 2014),  Bears, Catastrophes and other everyday events, NOVA Galerie, (Praga 2015), SALMON LOVERS, Galerie Wolfsen, (Aalborg 2015),  How To Make a Bear Fall in Love, Studio D’Arte Raffaelli, (Trento 2016).

Premi: Painting of the Year 2012, VUB Foundation Award, 3rd. place 2012

2nd place at Gruppo Euromobil Award / Premio Under 30, Arte Fiera Bologna 2017

2017, mostra collettiva, ComSurrogate, galleria Richter Fine Art.

2018 Untitled Art Fair, San Francisco, rappresentata dalla Allouche Gallery.

2018 mostra collettiva, Redness, the Copper house gallery Dublin, Ireland.

 

 

Nell’ambito della stessa sera siamo lieti di annunciare l’inaugurazione congiunta con:

z2o Sara Zanin Gallery | Gabriel Hartley

6 Giugno > 31 Luglio 2018

 

 

Vademecum:

Titolo: Chi cerca trova

Artisti: Katarina Janeckova

galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Durata mostra: dal 6 giugno al 21 luglio

Orari: da giovedì 7 giugno a venerdì 21 luglio dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

La Cina come Black Mirror: cittadini puniti e ricompensati con un’app stile Tripadvisor

La notizia che segue potrebbe creare un certo stupore, soprattutto se non avete mai visto la puntata “Nosedive” della serie tv Black Mirror. L’episodio è ambientato in un mondo in cui le persone possono valutarsi a vicenda da uno a cinque stelle, come su TripAdvisor, per ogni interazione che hanno e che può influire e persino compromettere il proprio stato socioeconomico. Lacie (Bryce Dallas Howard) è una giovane donna ossessionata dalle sue recensioni.

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Sono milioni i cinesi che dal primo maggio non potranno prenotare un biglietto aereo o salire su un treno ad alta velocità. Il motivo? Essere stati dei cattivi cittadini. Il loro nome compare nella blacklist con cui Pechino colpisce quelli che hanno diffuso notizie false o tentato di usare biglietti scaduti, provocato problemi o acceso una sigaretta dove non è permesso fumare. Il programma è parte del Social Credit System sviluppato dalla Repubblica popolare per valutare i propri cittadini «premiando l’affidabilità» e «sanzionando chi si comporta male». Sotto la lente d’ingrandimento delle autorità cinesi finirà ogni momento della vita quotidiana: gli acquisti online e le scelte di consumo, la condotta sui social, la puntualità nei pagamenti e le piccole infrazioni.

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L’algoritmo elabora i dati raccolti che sono poi sintetizzati in un singolo numero: «l’indicatore della fiducia». Una cifra attraverso cui si determinano punizioni e privilegi. Se l’algoritmo ti giudicherà «inaffidabile», allora la connessione Internet rallenterà e scatteranno limitazioni alle tue possibilità di consumo – per esempio, nel frequentare alberghi e ai ristoranti – così come incontrerai ostacoli per lavorare nel settore pubblico e per mandare i tuoi figli nelle scuole più esclusive. Premi e sconti sono invece previsti per i cittadini virtuosi. Per i critici, il sistema rischia di realizzare la distopia immaginata nella serie Black Mirror o nel grande fratello Orwelliano.   

Per altri, Pechino vuol semplicemente far aumentare i consumi sviluppando un sistema per la concessione di prestiti in assenza di garanzie tradizionali e di dati storici consolidati. Già decine sono i progetti-pilota di social credit avviati dai governi locali in Cina fin dall’inizio degli Anni 2000, anche se nei piani di Pechino questi dovranno essere integrati e armonizzati in un unico sistema nazionale entro il 2020.

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La missione è «far crescere il livello di fiducia nella società cinese» con le stesse modalità con cui si assegnano le stelline di gradimento su eBay e TripAdvisor.

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Per esempio, attraverso la app Honest Shanghai, le autorità della metropoli cinese sono in grado di tracciare un profilo dei residenti e delle imprese attraverso la raccolta «di 3000 tipi d’informazioni da oltre 100 uffici governativi».

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Oltre ai governi locali, negli ultimi anni anche i giganti di Internet della Repubblica popolare hanno lanciato programmi di credito sociale. È il caso di Sesame Credit di AliPay, sviluppato da Ant Financial, il braccio finanziario con 520 milioni di utenti del colosso dell’e-commerce Alibaba, e da Tencent, sviluppatore dell’onnipresente WeChat, usato da quasi un miliardo di persone. Le piattaforme di Alibaba e Tencent dominano ogni aspetto della vita in Cina: senza mai uscire dalle app si può chattare con i propri contatti, condividere un pensiero sui social, prenotare il biglietto di un treno, pagare ristoranti, taxi e anche trasferire denaro tra gli utenti.

È proprio l’enorme mole di big data prodotta ogni giorno dalle attività online e dai consumi degli utenti di AliPay e di WeChat ad aver fornito ai colossi di Internet in Cina le informazioni per tracciare profili di affidabilità. L’algoritmo usato è segreto, anche se Sesame Credit ha diffuso i parametri attraverso cui valuta i propri utenti: per esempio, calcolando la puntualità con cui si pagano le bollette. Tra i criteri ci sono anche le abitudini di acquisto. «Chi gioca per dieci ore al giorno ai videogame può essere considerato pigro», diceva in un’intervista alla rivista Caixin, il direttore del programma di social credit di Alibaba, Li Yingyun. «Mentre chi acquista spesso pannolini è probabile che sia un genitore, quindi più responsabile». Per Sesame Credit anche la rete sociale di cui ci circondiamo ha un suo peso: condividere e comunicare sui social messaggi «positivi» può far aumentare il punteggio. «Se la fiducia si rompe in un luogo, le restrizioni potranno essere applicate ovunque». Per ora, l’adesione a questi programmi è volontaria, anche se a spingere milioni di cinesi a partecipare sono state le ricompense: dall’ottenere un prestito per acquisti online sulla piattaforma Alibaba a poter prenotare un hotel senza dover lasciare una cauzione, fino a facilitazioni per l’ottenimento di un visto per viaggiare all’estero. Così che sui social cinesi è anche già iniziata la rincorsa a chi può vantare un credito sociale più alto. Pechino è così riuscita a trasformare la propria ossessione per la stabilità sociale in un gioco a premi.

(La Stampa)

L’arte pittorica transilvana in mostra a Roma

Martedì 17 aprile la galleria Richter Fine Art ospita tre giovani talenti dell’arte pittorica transilvana: Dragoş Bădiţă, Răzvan Botiş e Tincuta Marin, nella seconda collettiva di questa stagione “A word for each of us”.

In linea con la ricerca che la galleria Richter Fine Art porta avanti attorno al linguaggio della pittura gli artisti romeni della Şcoala de la Cluj mostrano il loro approccio alla pittura contemporanea: fresco, unico, le cui opere riflettono non solo la società odierna, ma un modo singolare di costruire un discorso sulla pittura.
Tutti e tre gli artisti romeni si sono formati nell’Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD), che negli ultimi vent’anni è diventata un punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea, soprattutto per la pittura, artisti di livello internazionale come Victor Man (1974), Radu Comșa (1975), Adrian Ghenie (1977), Mircea Cantor (1977), Ciprian Mureşan (1977), Șerban Savu (1978) e Ioana Nemeş (1979) si sono formati nella stessa Accademia.

Come afferma Antonello Tolve nel testo che accompagna la mostra: «Con esperienze di gusto assai diverse, animate tuttavia da uno stesso background il volto di Cluj-Napoca – una vera miniera di pittori di qualità – è fatto oggi di nuove leve dell’arte, di occhi vigili che guardano, che metabolizzano e, între tradiţii şi inovaţii (tra tradizioni e innovazioni), reinventano, arricchendo le immagini di contenuti sempre più aperti. Munita di grande determinazione e tecnica la generazione dei nati tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, presenta infatti un termometro la cui gradazione immaginifica assorbe al suo interno esperienze nazionali e estere, ricerca e di riflessone sulla pittura, luoghi della memoria collettiva e della storia sociale, spazi fisici e metafisici risucchiati spesso nella regione aperta dell’остранение (Šklovskij), di un processo narrativo in cui la realtà viene ribaltata da un punto di vista inconsueto».

Dragoș Bădiță, Răzvan Botiş e Tincuța Marin, il triunvirato radunato in questa mostra che Tommaso Richter dedica alle freschezze della Şcoala de la Cluj, sono campioni che delineano appieno lo scenario plurale di un paese dove la partecipazione collettiva avverte l’importanza della singolarità e dove il manuale e il mentale si intrecciano indissolubilmente per creare piacevoli e accattivanti stordimenti visivi.

Le opere di Dragoş Bădiţă (Horezu, 1987) riflettono sulla natura momentanea dell’esperienza e su come si collega a una più ampia comprensione della realtà, che porta in primo piano il rapporto con la natura, con il corpo, con le persone, con la natura fluttuante del sé, l’inevitabilità della decadenza e della dissoluzione, i limiti della comprensione dei mondi interiori degli altri.
Bright,2012,oil on wood,30 x 40 cm

Salted water,2016,oil on board,40 x 50 cm

Blighted Thujas,2016,oil on board,40 x 50 cm

Dried Plant,2016,oil on board,40 x 50 cm

Răzvan Botiş (Brașov, 1984) propone uno spaccato riflessivo senza laccature che ricuce al suo interno strati d’animo differenti: dalla cupezza del capitalismo e della corruzione planetaria all’alienazione dell’uomo contemporaneo, dalla perdita della certezza alla vetrinizzazione sociale, dalle periferie ai residui di una libertà condizionata dal potere.
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Infine le opere di Tincuta Marin (Galați, 1995) presentano e incorporano elementi presi dalla street art e dall’espressionismo astratto. L’artista manipola frammenti della realtà, li destruttura e li ricompone per creare combinazioni magiche e dinamiche, completando i collage attraverso le basi del gesto pittorico, della linea, del punto e della forma.
Le sue opere sono piene di magia e immagini oniriche dalla forma alla composizione, alla metamorfosi dei filtri percettivi, ai personaggi deformati, con strani volti atipici.
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Dragoş Bădiţă (Horezu, 1987)  vive e lavora a Cluj, in Romania.
Dragos si è laureato presso Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD) e ha esposto a Bucarest, Cluj, Londra, Copenaghen, Atene, Gand, Maiorca e Berlino.

Răzvan Botiş (Brașov, 1984) vive e lavora a Cluj. Si è laureato Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD) e ha partecipato a mostre personali e collettive a Berlino, Mosca, Chicago, Venezia, Vienna, Bucarest, Timişoara e Cluj. Nel 2017 il suo lavoro è stato esposto ad Art Encounters, la biennale d’arte di Timişoara.

Tincuta Marin (Galați, 1995) vive e lavora a Cluj, in Romania.
Si è laureata presso l’Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD)

Vademecum:
Titolo: A word for each of us
Artisti: Dragoş Bădiţă | Răzvan Botiş | Tincuta Marin
Testo critico di: Antonello Tolve
Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma
Inaugurazione: martedì 17 aprile dalle ore 18.30, ingresso libero
Durata mostra: 17 aprile – 25 maggio 2018
Orari: da mercoledì 18 aprile a venerdì 25 maggio: dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/
Email: tommaso.richter.85@gmail.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa:
Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661
email: chiaracgiuliani@gmail.com

Aranzulla contro l’ansia da social network: “Creano dipendenza. Imparate a disconnettervi e a disattivare le notifiche”

Salvatore Aranzulla, il Piero Angela della divulgazione tecnologica, risponde ad alcune domande sul sito Linkiesta raccontando di un’epoca iperconnessa, sostanzialmente opposta a quella senza smartphone e del 56k.

“Da ragazzino per esempio io mi collegavo per la prima volta dopo che ero tornato da scuola, entravo sulla posta e controllavo le mail prima di mangiare e di passare il pomeriggio a studiare e fare i compiti. Poi online ci tornavo alle 8 di sera…
La situazione ora è sostanzialmente opposta. Ora quando abbiamo bisogno di una pausa ci disconnettiamo, perché la normalità è essere connessi, sempre. In molti momenti della giornata sento l’esigenza di essere offline, tipo quando scrivo e mi continuano ad arrivare input, messaggi, notifiche.

Ho disabilitato le notifiche di tutto. A me il dover rispondere mi crea un’ansia pazzesca. Se vedo il numerino rosso della notifica che appare su una app provo la necessità di risolverlo, che siano messaggi, mail, like. Quando lavoro ho bisogno di concentrarmi e questa continua sollecitazione me lo impedisce. Dieci anni fa riuscivo a concentrarmi molto di più di adesso”.

Per Aranzulla è molto importante diffondere questa consapevolezza. “Farò prima o poi una sezione all’interno del mio sito dedicata appunto al detox da questa vita iperconnessa. Molte persone non si rendono conto neppure di essere nel bel mezzo di una dipendenza e che non riescono a combinare nulla durante il giorno, neppure studiare. Sono letteralmente sommersi dalle notifiche.
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I social network hanno tutto l’interesse a usare il sistema delle notifiche proprio perché garantisce questi effetti: ricevi una notifica e torni sul social network, e se torni ci passi più tempo, vedi più pubblicità e loro prosperano. Non credo quindi che ci si possa aspettare un cambio di strategia da parte dei social network, quello che credo sia doveroso sia una presa di coscienza da parte degli utenti, che deve entrare nelle impostazioni e disabilitare manualmente tutte le notifiche inutili. Io personalmente cerco di concentrare le comunicazioni su pochi strumenti, la mail soprattutto, altri li gestisco silenziando le notifiche, come Facebook o Whatsapp, altri addirittura li cancello, come ho fatto recentemente con Telegram, che pur non usandolo quasi mai mi mandava notifiche che mi trovavo a dover gestire. È che proprio mi crea ansia vedere quel numero rosso che non diminuisce mai”.

da Linkiesta

I mandala naturali disegnati nei boschi e sulla spiaggia

La natura è bella così com’è, ma James Brunt è costantemente alla ricerca di nuovi modi per renderla ancora più attraente. James crea opere usando oggetti naturali che trova intorno alla sua casa nello Yorkshire, in Inghilterra.

Da rocce e ramoscelli a foglie e persino bacche, Brunt sistema i materiali in spirali e cerchi concentrici simili a mandala. James fotografa il suo lavoro regolarmente e lo condivide sui social, i suoi fan sono anche invitati a unirsi a lui mentre lavora. Scorri verso il basso per esaminare il lavoro di Brunt.

Maggiori informazioni: jamesbruntartist.co.uk

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“Vivere per lavorare o lavorare per vivere”: lo Stato Sociale, i giovani e l’incertezza sul futuro

Un testo serio cantato con leggerezza e allegria. Lo Stato Sociale, gruppo fino a poco tempo fa di nicchia, è entrato così, dopo Sanremo, nelle case degli italiani. Bebo, Lodo, Albi, Checco e Carota hanno conquistato il pubblico dell’Ariston, e non solo, con “Una vita in vacanza“.

Il loro messaggio, anche se non completamente intonato, è arrivato al cuore di tanti.

Con loro c’erano anche Domenico Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, operai della Fiat di Pomigliano d’Arco. Questi cinque nomi erano sulle giacche dei cinque ragazzi di Bologna. “La loro storia – dicono – è solo uno dei tanti esempi di come il lavoro in questo paese pesi sulle vite delle persone, troppo spesso degradando la loro dignità. Abbiamo pensato che un brano il cui tema è quello del lavoro, seppur con leggerezza, potesse planare su un argomento sensibile e centrale per tutti noi. La speranza e il desiderio sono quelli che il futuro più prossimo possa portare ad un’inversione di rotta nelle politiche che da troppi anni non consentono di poter cercare la propria felicità e realizzazione attraverso il lavoro. La dedica è per tutti i lavoratori, i disoccupati, i precari, i cassaintegrati e chiunque ambisca a poter vivere una vita in vacanza, non forzata“.

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Torneremo a guardare il cielo e alzeremo la testa dai cellulari?

Qui di seguito il testo della canzone di Diodato e Roy Paci “Adesso”, presentata al festival di Sanremo 2018.

Riflettiamo ora sul senso della vita contestualizzata al momento storico odierno in cui il virtuale, un selfie, un video, una storia su instagram, sembrano valere più di un abbraccio, di un gesto, di un tramonto non postato su facebook, di un’emozione reale. Si dovrebbe semplicemente “capire che adesso è tutto ciò che avremo”, come canta Diodato. Alzare la testa dai nostri cellulari e vivere, per davvero.

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Dici che torneremo a guardare il cielo
Alzeremo la testa dai cellulari
Fino a che gli occhi riusciranno a guardare
Vedere quanto una luna ti può bastare
E dici che torneremo a parlare davvero
Senza bisogno di una tastiera
E passeggiare per ore per strada
Fino a nascondersi nella sera
E dici che accetteremo mai di invecchiare
Cambiare per forza la prospettiva
Senza inseguire una vita intera
L’ombra codarda di un’alternativa
E dici che troveremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo

Dici che riusciremo a sentire ancora
Un’emozione prenderci in gola
Quando sei parte della storia
Fino a riuscire ad averne memoria
E dici che avremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
E tu che nome dai
Al tuo coraggio
Al non volere mai ammetter che
Al non volere capire che
Adesso è tutto ciò che avremo
Adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Adesso è tutto ciò che avremo
Dici che torneremo a guardare il cielo

Il Mangiarsi Reciproco: a Roma la mostra di Silvia Argiolas e Giuliano Sale

Dal 13 febbraio la galleria Richter Fine Art ospita la doppia personale Il Mangiarsi Reciproco di Silvia Argiolas e Giuliano Sale. I due artisti sardi, per la prima volta in mostra insieme, presentano un percorso di opere inedite ricreando l’atmosfera che si vive quotidianamente nel loro atelier. Vivono e lavorano a Milano da molti anni, sotto lo stesso tetto e nello stesso studio, i cavalletti a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, non si guardano, non si toccano, ma ognuno si riconosce nell’altro.

Richter Fine Art_§Il Mangiarsi Reciproco

A dispetto delle apparenze Il Mangiarsi Reciproco non è una mostra di una coppia di artisti, ma un percorso dove il “mascolino” e il “femminino” confermano le loro autenticità in un’identità mutante a seconda delle situazioni, diventando trans.

Domenico Russo, nel testo che accompagna la doppia personale, spiega: «Penso a loro come a un unico essere dotato di doppia pelle, Yin e Yang, notte e giorno, due opposti nello stesso corpo. […] La loro quasi surreale espressività include senza censure la catastrofe sociale in uno schema pulsionale privato altamente erotico che fa di entrambi i capi fila di una “Altra Individualità”, dove la pittura è soprattutto adesione alla personale urgenza comunicativa prima che a una vera e propria attitudine di stile. Il segno che li accomuna si svolge principalmente nel legame con il reale e con i meccanismi indecifrabili attraverso cui questo fa presa su tutti, riuscendo a colmare quell’inadeguatezza attuale dell’arte a esprimere la vacuità della contemporaneità».

I due artisti, che rappresentano benissimo l’attuale pittura italiana, sono difficilmente etichettabili tra le categorie di maniera già definite.

La pittura di Silvia Argiolas è veritiera, con tratti selvaggi ed espressionisti, molto vicina alla bad painting londinese. Il suo mondo è popolato di personaggi colti al limite delle loro ossessioni e manie. A primo impatto il suo segno arrabbiato e punk può sembrare improvvisato, ma è tutto adeguatamente curato e costruito con logica, compiendo una vera e propria indagine sociologica contemporanea. “Dipinti contro le costrizioni culturali, che combattono l’atrofia dell’immaginazione con eccessi dirompenti e bizzosi”.

Mentre Giuliano Sale, con attitudini diverse preleva alcuni ingredienti della sua pittura dalla storia dell’arte, adattandoli alle esigenze contemporanee.

Nel suo linguaggio originale e unico, alterna precisione e gestualità, costruzione e scomposizione, ferocia ed eleganza. Prendendo spunto dalla realtà circostante, da persone, fatti reali ed esperienze, ma anche dalla grande arte del passato interpretata attraverso un procedimento di decontestualizzazione e riadattamento delle immagini a un nuovo tipo di espressività lontana dai canoni di bellezza e armonia classica.

 

Silvia Argiolas è nata a Cagliari nel 1977. Dopo aver frequentato il liceo artistico, la sua formazione prosegue principalmente come autodidatta. La pittura di Argiolas, del tutto coerente e riconoscibile, è caratterizzata da atmosfere stranianti e perturbanti; ne derivano opere spesso grottesche, permeate da un’ironia amara e corrosiva. Attualmente vive e lavora a Milano. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Nel 2015 è finalista al Premio Fabbri; nel 2012 e nel 2010 è tra gli artisti selezionati del Premio Terna; nel 2006 è finalista al Premio Celeste. Nel 2011 espone all’interno del Padiglione Sardegna nell’ambito della 54. Biennale di Venezia. Ha partecipato inoltre a diverse edizioni della fiera ArtVerona. Nel 2013 e 2015 mostra personale da Robert Kananaj gallery (Toronto).  Vasi e serpenti  (Burning Giraffe gallery, 2016), Di carne di nulla (Antonio Colombo gallery, 2017), Lalangue solo show, a cura di Claudia Cosmo presso la galleria Rompone – Koln. Inoltre nel 21017 partecipa ad Artissima Fair con Antonio Colombo gallery.

 

Giuliano Sale nato a Cagliari  l’11 settembre1977. Vive e lavora a Milano.

Dopo il liceo artistico inizia a partecipare a varie mostre in gallerie e musei del territorio facendosi conoscere per la sua pittura dissacratoria e inquietante. Collabora saltuariamente come scenografo per il Teatro Il Crogiuolo di Cagliari. Nel 2006 è finalista al Premio Celeste. Inizia un rapporto di collaborazione con il critico Ivan Quaroni che lo invita a diverse mostre a Milano. Nel 2008 partecipa alla mostra pubblica Arrivi e partenze alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Insieme al gruppo del critico milanese partecipa alla quarta Biennale di Praga nel 2009. Nello stesso anno espone le sue tele alla Biennale Giovani del Serrone di Villa Reale a Monza. Nel 2009 esce il secondo numero della rivista Or Not, edita dall’Associazione Culturale Arsprima, interamente dedicato al suo lavoro. Nel 2011 espone nella galleria Antonio Colombo con una personale dal titolo Biedermaier.

Nello stesso anno espone nei padiglioni regionali della 54 Biennale di Venezia ed espone nei finalisti del 12a Premio Cairo al Museo della Permanente di Milano.

Nel 2015 partecipa ad Artissima con una personale nella galleria Irlandese Mother’s Tankstation. Nel 2016 espone in una collettiva dal titolo Non amo che le rose che non colsi alla galleria romana Richter Fine art.

Nel 2017 espone nella galleria Antonio Colombo con una bipersonale dal titolo Qualcuno da qualche parte e nello stesso in una mostra collettiva dal titolo Angry Boys alla galleria Rompone di Colonia a cura di Claudia Cosmo.

 

Vademecum:

Titolo: Il Mangiarsi Reciproco

Artisti: Silvia Argiolas e Giuliano Sale

Testo critico: Domenico Russo

Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Inaugurazione:  dalle ore 18.30, ingresso libero

Durata mostra: dal 13 febbraio al 24 marzo

Orari: dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

La custodia che blocca lo smartphone, per il bene dell’umanità

Graham Dugoni, 31 anni, durante un festival di musica a San Francisco nel 2012 ha visto due sconosciuti filmare e mettere su youtube il video di un ragazzo ubriaco che ballava. Dugoni ha deciso che l’uso degli smartphone andava ristretto per il bene dell’umanità e ha creato Yondr.

Jack White, ex leader dei White Stripes, ha detto no ai telefonini durante i suoi concerti. Ieri la notizia del rocker americano è circolata ovunque tramite un comunicato che spiega la decisione di non autorizzare foto, video o registrazioni audio: «Pensiamo che vi piacerà vivere insieme il concerto al cento per cento nel momento presente, e condividere il nostro amore per la musica, senza intermediari». Gli scatti saranno riservati al fotografo ufficiale della tournée. «Diffondete le nostre foto quanto volete, e approfittate di un’esperienza al 100 per cento umana, senza telefono».

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Quella che potrebbe sembrare una trovata della casa discografica contro le registrazioni pirata è invece una guerra totale all‘uso invadente e maleducato del cellulare. White, come molti suoi colleghi, detesta chi ha rimpiazzato l’accendino analogico o l’applauso o le urla a squarciagola con lo smartphone in bella vita spesso impugnato in aria. Come dimenticare il rimprovero di Adele ad una sua fan nel bel mezzo del concerto al’arena di Verona: “Puoi smettere di filmare? Perché io sono veramente qui, nella vita reale”. O i Yeah Yeah Yeahs che avevano messo un cartello all’ingresso dei loro show: «Per favore, mettete via quelle schifezze per rispetto nostro e della persona accanto a voi»

L’iphone è il male non solo per ragioni di violazione del copyright, ma perchè fa svanire la magia del concerto da fruire qui e ora.

Per impedire la selvaggia ondata di mani alzate con schermi luccicanti, White ha deciso di ricorrere a Yondr, l’applicazione di una start up di Portland, che in America comincia a essere usata nelle aule di tribunale, nelle scuole e nei teatri. Un’arma di saggezza che presto potrà essere utilizzata anche dai genitori in caso di figli eccessivamente connessi. 

In poche parole all’ingresso ai concerti lo smartphone verrà chiuso in una busta di neoprene. Lo spettatore che entrerà nella «Yondr Zone» verrà invitato a mettere lo smartphone in una custodia che rimarrà chiusa fino alla fine del concerto, e riaperta da una chiave speciale in dotazione solo alla staff Yondr. In caso di emergenza durante lo spettacolo, bisogna uscire dalla sala e raggiungere la Yondr Zone.

Riusciremo noi digitali, con una dipendenza da smartphone, a farne a meno per l’intero concerto? Ma la domanda vera è: perchè tante volte non riusciamo a rinunciare a quell’inutile foto? Perché dobbiamo stare impalati con lo schermo in mano a caccia di un momento da condividere a tutti i costi sui social? Mania di esibizionismo? Con chi sentiamo l’urgenza di comunicare? E questa smania da dispositivo non ci starà facendo sprecare del tempo della nostra vita che stiamo vivendo attraverso uno schermo vuoto? Non lo so.

Di sicuro l’esperienza vintage era molto meglio.

“Solo roba per bambini”: Giovanni Albanese trasforma una bottega in un’officina delle meraviglie

Dal 30 gennaio la Fondazione VOLUME! rievoca le sue origini di laboratorio artigianale con l’intervento di Giovanni Albanese (Bari,1955) che trasforma gli ambienti di via San Francesco di Sales, che furono la bottega – e la casa – di un vetraio, in una vera e propria officina delle meraviglie.

Solo roba per bambini, è un progetto inedito a cui l’artista lavora da più di 10 anni: una serie di personaggi costruiti nel tempo e con pazienza, abitano lo spazio di VOLUME! come sospinti da un moto costante. Vota Antonio, Pantani, Cecchino, Giudice, Uno che fa buchi nell’acqua sono solo alcuni degli strani automi realizzati con materiali di recupero, abitanti di uno spazio che diviene, allo stesso tempo, scenario e attore del racconto fantastico messo in scena dall’artista, animato dalla presenza dello spettatore e dalla sua immaginazione.

Fondazione VOLUME! Giovanni Albanese - Solo roba per bambini - ©Susana Serpas Soriano
Un banco da lavoro con gli strumenti del mestiere è il luogo dove avviene l’atto creativo e dove relitti senza vita suggeriscono l’intervento dell’artista demiurgo e parlano a chi sa prestare attenzione. Come scrive Ascanio Celestini nel testo che accompagna la mostra: “Non esistono oggetti muti, ma solo persone sorde che non li sanno ascoltare. E Giovanni cammina in mezzo a questo cimitero del presente. Parla coi morti del suo Spoon River. Elettrodomestici del passato, chiavi avanzate dalla galera, biciclette scassate. Ci parla e traduce per noi la loro lingua scomparsa”.
VOLUME! si fa custode di un’atmosfera in cui luci, ombre, presenze surreali e suoni di movimenti meccanici e improvvisi si mescolano e accompagnano lo spettatore in un percorso straniante che, passo dopo passo, svela il procedere della narrazione.
Questa serie di opere arriva come una naturale evoluzione del percorso di Albanese, che, dopo le macchine calcolatrici e i lavori fatti con le “lampadine a fiamma”, mette il suo lavoro al servizio di questi strani automi. A questi l’artista trasferisce tutta la sua poesia e li trasforma in “pupazzi”, riportando nella nostra quotidianità l’elemento ludico e offrendoci una nuova prospettiva da cui osservare il mondo, con lo sguardo tipico di chi sa ancora lasciarsi sorprendere.

SCHEDA RIASSUNTIVA

Artista: Giovanni Albanese
Titolo: Solo roba per bambini
Sede: VOLUME!, via di San Francesco di Sales 86|88, Roma
Inaugurazione: martedì 30 gennaio 2018 ore 18:30
Date: 31 gennaio – 16 marzo 2018
Ingresso: gratuito
Orari: dal martedì al venerdì dalle 17:00 alle 19:30 | sabato su appuntamento
Catalogo: Edizioni VOLUME!
Informazioni: tel. 06 6892431 – info@fondazionevolume.com
Sito: www.fondazionevolume.com
Ufficio stampa: Roberta Pucci – press@fondazionevolume.com – mob +39 3408174090