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Pier Paolo Pasolini, 40 anni dalla morte. Quel che ci manca

Una poesia sulla libertà, sull’eccesso di moralismo e bigottismo tipicamente italiano, sul potere che corrompe e la borghesia vuota.
Le parole dure ma estremamente vere, e ancor più attuali, di Pier Paolo Pasolini, nella poesia “Alla mia nazione” (da “La religione del mio tempo”, 1961), sono il ritratto di una nazione contraddittoria e disonesta. È uno dei tanti realistici scritti del poeta e regista assassinato 40 anni fa. Un uomo estraneo alla società del suo tempo, considerato un eretico, un folle, un outsider, che nella solitudine ha trovato la forza di gridare a voce alta contro l’ipocrisia del nostro tempo, a difesa della bellezza, della semplicità, dell’onestà.

Vogliamo ricordarlo così.

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.