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Edgar Morin: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”

Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, ha 94 anni, si è distinto per il suo approccio all’avanguardia sull’educazione e l’insegnamento.

“La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Cosa significa “una testa ben piena” è chiaro; è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato, e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”. Una testa ben “fatta” significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”. 

In un suo recente articolo, pubblicato da Le Monde, Morin affronta il tema della pace e della guerra, in termini di educazione.

“La prima dichiarazione dell’Unesco alla sua fondazione ha indicato che la guerra è prima di tutto nella mente, e l’Unesco ha voluto promuovere un’educazione alla pace. Ma in realtà non si può che essere banali insegnando che la pace è meglio della guerra, il che è evidente in tempi di pace. Il problema sorge quando lo spirito della guerra travolge le mentalità. Educare alla pace significa quindi lottare per resistere allo spirito della guerra”.



Detto questo, anche in tempi di pace si possono sviluppare forme estreme dello spirito della guerra, vale a dire il fanatismo. Questo porta con sé la certezza della verità assoluta, la convinzione di agire per una giusta causa e la volontà di distruggere come nemici coloro che si oppongono e quelli che fanno parte di una comunità giudicata perversa e nefasta o non credente (gli empi).

Abbiamo visto nella storia delle società umane molteplici eruzioni e manifestazioni di fanatismo religioso, nazionalista, ideologico. Nella mia vita ho avuto esperienza del fanatismo nazista e stalinista. Siamo in grado di ricordare il fanatismo maoista e quei piccoli gruppi che, nei nostri paesi europei, in piena pace, hanno perpetrato attacchi non solo contro le persone giudicate responsabili dei mali della società, ma anche indiscriminatamente sui civili: la frazione dell’armata rossa “Baader Meinhof” in Germania, le brigate nere e rosse in Italia, i separatisti baschi in Spagna.
La parola “terrorismo” viene utilizzata ogni volta per denunciare queste azioni assassine, ma è il nostro terrore che muove gli attentatori. E soprattutto, se diverse sono le cause che scatenano il fanatismo, allora quest’ultimo è sempre e comunque una struttura mentale comune.
Questo è il motivo per cui sostengo da vent’anni di introdurre nelle nostre scuole, dalla fine dell’istruzione primaria e nelle secondarie, l’insegnamento di ciò che è la conoscenza, vale a dire, l’insegnamento di cosa provoca errori, illusioni, perversioni.
Poiché la possibilità di errore e illusione è nella natura della conoscenza. La prima conoscenza, che è percettiva, è sempre una traduzione in codice binario nel nostro sistema nervoso di stimoli sui nostri terminali sensoriali, quindi una ricostruzione cerebrale. Le parole sono delle traduzioni in linguaggi, le idee sono delle ricostruzioni in sistemi.

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Ma come si diventa un fanatico, vale a dire, chiuso in un sistema illusorio di percezioni ed idee sul mondo esterno e su noi stessi? Nessuno nasce fanatico. Si può diventarlo se progressivamente ci si richiude nei modi perversi o illusori della conoscenza. Ce ne sono tre indispensabili per la formazione di tutti i fanatismi: riduzionismo, manicheismo, reificazione. E l’insegnamento dovrebbe agire senza sosta per denunciarli e sradicarli. Perché sradicare è preventivo, mentre la deradicalizzazione arriva troppo tardi, quando il fanatismo è consolidato.

La riduzione è la propensione della mente a credere di conoscere tutto a partire della conoscenza di una parte. Così, nelle relazioni umane superficiali, una persona crede di conoscere dall’apparenza, da alcune informazioni, o da tratti del carattere che si manifestano in nostra presenza.  Tuttavia, la riduzione in ciò che è meglio o peggio per noi è una caratteristica tipica dello spirito della guerra che porta al fanatismo.
La riduzione è quindi un percorso comune allo spirito della guerra e soprattutto al suo sviluppo in tempi di pace, che è il fanatismo.

Il manicheismo si diffonde e cresce sulla scia del riduzionismo. Non è niente più che la lotta del bene assoluto contro il male assoluto. Fa attecchire all’assolutismo la visione unilaterale del riduzionismo, diventa visione del mondo in cui il manicheismo cieco cerca di colpire con tutti i mezzi i servi del male, che, del resto, favorisce il manicheismo del nemico. Succede quando, minacciati, consideriamo il peggiore dell’umanità il nemico che ci attacca.

Abbiamo ancora bisogno di un altro ingrediente che secerne la mente umana, per arrivare al fanatismo. Comunità che secernono ideologie o visioni del mondo, in base alle quali poi assumono che una realtà sia superiore. L’ideologia o la convinzione religiosa, diventa per la mente del fanatico la vera realtà. Il mito, dio, diventano onnipotente sugli spiriti e i loro ordini, sottomissione, sacrificio, morte. (…)
Oggi sembra più che necessario, vitale, integrare nell’insegnamento dalla scuola primaria all’università, “la conoscenza della conoscenza”, che permette di rilevare nell’età adolescenziale, dove lo spirito si forma, perversioni e rischi di illusione, e opporre alla riduzione, al manicheismo e alla reificazione una conoscenza in grado di collegare tutti gli aspetti, anche antagonisti, della stessa realtà, di riconoscere la complessità all’interno di una stessa persona, di una stessa società, di una stessa civiltà. In breve, il tallone d’Achille nella nostra mente è che crediamo di avere meglio sviluppato ed è, infatti, la più soggetta alla cecità: la conoscenza.

Nella riforma della conoscenza, diamo i mezzi per riconoscere la cecità che ha portato allo spirito della guerra e preveniamo dall’adolescenza i processi che conducono al fanatismo. Ma dovremmo aggiungere, l‘insegnamento della comprensione degli altri e imparare ad affrontare l’incertezza.
Non tutto è risolto: resta il bisogno di fede, avventura, emozione. La nostra società non apporta nulla di tutto ciò che troviamo solo nella nostra vita privata, nei nostri amori, nella fraternità. Il consumo, i supermercati, i guadagni, la produttività, il Pil non possono soddisfare le aspirazioni più profonde dell’essere umano che devono essere realizzate come individuo all’interno di una comunità solidale.

Inoltre, siamo entrati nel periodo di incertezza e precarietà, non solo a causa della crisi economica, ma della crisi di civiltà in cui l’umanità è minacciata da enormi pericoli. L’incertezza secerne l’ansia e quindi la mente cerca la sicurezza psichica, rinchiudendosi nell’identità etnica o nazionale, dal momento che il pericolo si suppone provenga dall’esterno.

C’è bisogno  di un “umanesimo rigenerato” che porti alla presa di coscienza della comunità,  il destino che unisce tutti gli esseri umani, il sentimento di appartenenza alla nostra patria terrena, il sentimento di appartenenza all’avventura straordinaria e incerta dell’umanità, con le sue opportunità e pericoli.
È qui che si può rivelare ciò che ciascuno porta con sé, oscurato dalla superficialità della nostra attuale civiltà: che possiamo avere fede nell’amore e nella fraternità, che sono i nostri bisogni più profondi, che questa fede è esilarante, che è lei che ci permette di affrontare le incertezze e di reprimere le angosce.

(Traduzione di Maria Murone)