Colpevoli di etnocentrismo. Quando il dolore appartiene solo all’Occidente

Mi pare, Usbek, che noi giudichiamo le cose solo riferendole inconsapevolmente a noi stessi […]. È stato detto molto bene che se i triangoli facessero un Dio, gli darebbero tre lati“. Sono le parole di Rica, uno dei personaggi principali del romanzo epistolare Lettere Persiane (1721), opera dello scrittore illuminista francese Charles de Montesquieu.

Nella sua affermazione si può afferrare il senso dell’etnocentrismo e cogliere anche una evidente critica a quella tendenza a interpretare ogni cosa secondo il punto di vista della cultura a cui si appartiene, ritenuta, apertamente o implicitamente, superiore alle altre.

Agganciandoci ai drammatici fatti di attualità sul terrorismo, e alla parola etnocentrismo, tornano in mente le parole di Tiziano Terzani: “Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”.

Il nostro punto di vista. Il nostro dolore, la nostra paura, la nostra sicurezza, la nostra vita. Come se quella degli altri popoli non contasse nulla o contasse meno. Nel frattempo lì, in quei posti lontani spesso dai nostri cuori e dalle nostre menti, il contatore delle vittime (di guerra o violenza) continua a crescere quotidianamente senza sosta: nelle scuole, nei mercati, nelle moschee.

Quello che è successo a Manchester è terribile e ci angoscia profondamente, ci dilania. Qual è sarà la prossima città ad essere colpita? Come possiamo reagire ad una situazione così indefinita e imprevedibile? Qual è può essere la risposta più adeguata a tutta quest’ondata di violenza e stragi?

Non siamo stati forse noi occidentali ad aver incancrenito ed esasperato questa situazione incattivendo nel tempo quei popoli, violentandoli con guerre ad hoc che non hanno portato a nulla?

È dai tempi del colonialismo che cerchiamo a tutti i costi di imporre la nostra civiltà, di civilizzare gli altri, con quale diritto, con quale presunzione e pretesa e poi? Chi riconosce la nostra indiscussa civiltà? Le nostre bombe in Iraq, in Afghanistan, in Siria sono forse segni tangibili della nostra civiltà?

Non è forse la pace e la fine di tutte quelle guerre e dello sfruttamento di quelle popolazioni l’unico rimedio o almeno il tentativo di attenuare le tensioni attualmente esistenti? Non è forse la fine del nostro atteggiamento di supremazia e arroganza su di loro una risposta plausibile o quantomeno auspicabile? Perché non riusciamo per una volta ad essere empatici o pensiamo soltanto a metterci NOI in sicurezza e a trovare quindi solo la nostra soluzione e la nostra pace?

 

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