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L’uso compulsivo del cellulare è in rapporto con il pensiero magico

Andavo sul marciapiede e mi sono visto venire incontro una signora incollata al suo telefonino, che pertanto non guardava davanti a sé. Se non mi fossi scansato ci saremmo urtati. Siccome sono intimamente malvagio, mi sono fermato di colpo e mi sono voltato dall’altra parte, come se guardassi in fondo alla strada: così la signora è venuta a schiantarsi contro la mia schiena. Io mi ero irrigidito per prepararmi all’impatto e ho retto bene, lei è andata in tilt, il telefonino le è caduto, si è resa conto che aveva sbattuto contro qualcuno che non poteva vederla e che a schivarlo doveva essere lei. Ha farfugliato delle scuse, mentre io umanamente le dicevo «non si preoccupi, capita, al giorno d’oggi».

Spero solo che il telefonino cadendo si sia rotto e consiglio a chi si trovi in situazioni analoghe di comportarsi come me. Certo i telefonatori compulsivi bisognerebbe ucciderli da piccoli ma, siccome un Erode non lo si trova tutti i giorni, è bene punirli almeno da grandi, anche se non capiranno mai in che abisso sono caduti, e persevereranno.

So benissimo che sulla sindrome da telefonino sono ormai stati scritti decine di libri e non vi sarebbe più nulla da aggiungere ma, se riflettiamo un momento, parrebbe inspiegabile il fatto che quasi tutta l’umanità sia stata presa dalla stessa frenesia e non abbia più rapporti faccia a faccia, non guardi il paesaggio, non rifletta sulla vita e sulla morte, bensì parli ossessivamente, quasi sempre senza avere nulla di urgente da dire, consumando la propria vita in un dialogo tra non vedenti.

È che stiamo vivendo un’era in cui per la prima volta l’umanità riesce a realizzare uno dei tre desideri spasmodici che per secoli la magia ha cercato di soddisfare. Il primo è il desiderio di volare, ma levitando col nostro corpo, sbattendo le braccia, non salendo su una macchina; l’altro è quello di poter agire sul nemico o sull’amata pronunciando parole arcane o pungendo una figura di creta; il terzo è proprio di comunicare a distanza, sorvolando oceani e catene montuose, avendo a disposizione un genio o un oggetto prodigioso che di colpo può trasferirci da Frosinone al Pamir, da Innisfree a Timbuctu, da Baghdad a Poughkeepsie, comunicando istantaneamente con chi ci è lontano mille miglia. Da soli, per opera personale, non come accade ancora con la televisione per cui si dipende da una decisione altrui, e non sempre si vede in diretta.

Cos’è che per secoli ha disposto gli uomini alle pratiche magiche? La fretta. La magia prometteva che si potesse passare di colpo da una causa a un effetto per cortocircuito, senza compiere i passi intermedi: pronuncio una formula e trasformo il ferro in oro, evoco gli angeli e invio tramite loro un messaggio. La fiducia nella magia non si è dissolta con l’avvento della scienza sperimentale, perché il sogno della simultaneità tra causa ed effetto si è trasferito alla tecnologia. Oggi la tecnologia è quella che ti dà tutto e subito (schiacci appunto un bottone sul tuo telefonino e parli immediatamente con Sydney), mentre la scienza procede adagio e la sua prudente lentezza non ci soddisfa perché vorremmo adesso la panacea contro il cancro, e non domani – così che siamo portati a dar fiducia al medico-santone che ci promette all’istante la pozione miracolosa senza farci attendere per anni.

Il rapporto tra entusiasmo tecnologico e pensiero magico è molto stretto ed è legato alla speranza religiosa nella azione fulminea del miracolo. Il pensiero teologico ci parlava e ci parla di misteri, ma argomentava e argomenta per dimostrare come siano concepibili, oppure insondabili. La fiducia nel miracolo ci mostra invece il numinoso, il sacro, il divino, che appare e opera senza indugio.

Possibile che esista un rapporto tra chi promette la cura immediata del cancro, padre Pio, il telefonino e la regina di Biancaneve? In un certo senso sì. Ecco perché la signora della mia storia viveva in un universo fiabesco, incantata da un orecchio piuttosto che da uno specchio magico.
(Umberto Eco)