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Bes, dsa, adhd, “diversamente abili”. Basta etichette! Per una scuola delle differenze e dell’inclusione cominciamo a modificare il lessico

Fin dai tempi più remoti tutto ciò che era difforme da un’idea di normalità veniva messo ai margini, nonostante ci siano testimonianze storiche di uomini dell’età della pietra che si prendevano cura delle persone con disabilità, attribuendo un significato positivo alla diversitá, come dimostrano le scoperte nella grotta del Romito risalenti al Paleolitico.

La città ideale di Platone doveva essere abitata da individui perfetti, che generavano figli sani. E i “corpi guasti”, con difetti fisici, dovevano essere lasciati morire.

Nell’antichità, era sul monte Taigeto che venivano abbandonati i bambini spartani nati deformi, e, con la stessa motivazione, secondo una leggenda – tesi molto criticata – gli antichi romani erano soliti lanciare fanciulli dalla Rupe Tarpea.

Nel corso dei secoli, dal periodo greco-romano, al Rinascimento e fino ai giorni nostri, si sono spesso usati epiteti ingiuriosi, appellativi brutali (mostri) per definire persone che suscitavano ribrezzo e repulsione, trattate come giullari di corte, fenomeno da baraccone (come nel film “Elephant man” in cui Lynch narra le tragiche vicende di Joseph Merrick, un uomo deforme dell’Inghilterra di fine ‘800, simile ad un elefante antropomorfo).

Spesso a quei tempi i ” diversi” venivano internati e abbandonati nel silenzio più totale, come accadde per cinque cugine della regina Elisabetta, tenute nascoste in uno squallido ospedale psichiatrico.

Veniva negata loro la dignità di persone.

Sono nati così i presupposti alla segregazione.

Tuttavia il lavoro di Itard che vedeva nel ragazzo selvaggio Victor “un ritardato da risvegliare”, e non irrecuperabile come sosteneva Pinel, quello sugli “idioti” di Seguin tra ‘700 e ‘800, Maria Montessori nel ‘900, fondano le basi della pedagogia speciale.

È possibile cosí intervenire con un metodo educativo che considera globalmente la persona, con la finalità della sua integrazione culturale, sociale e lavorativa. Purtroppo l’opera di questi luminari non ebbe riverberi nell’immediato, basti pensare allo sterminio della popolazione con disabilità durante il nazismo.

Arriverà poi la Costituzione con l’articolo 3 a farsi garante della valorizzazione delle diversità e dello sviluppo delle potenzialità di ciascuno. Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tuttavia la segregazione continuerà ad essere perpetrata, in un clima di pietismo e compatimento, con un approccio caritativo-assistenziale, medico e riabilitativo, di custodia e internamento, fino ai giorni nostri.

Nonostante il richiamo della Costituzione, avanzerà una scuola classista e selettiva, più volte denunciata da don Milani.

Il problema vero è che le differenze riguardano il 100% degli alunni e non una frazione di essi, diceva.

Don Milani, che si è sempre schierato dalla parte degli ultimi, definendoli “scartati”, affermava che la pedagogia dovrebbe dirci una sola cosa: che i ragazzi sono tutti diversi. “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”, diceva ancora. Ed è invece quello che è stato fatto in seguito.

Almeno fino alla fine degli anni ’70, quando verranno abolite le classi speciali e differenziali, segnando un momento di svolta nel passaggio dall’esclusione all’inserimento e poi all’integrazione.

Tuttavia il paradigma di riferimento dell’idea dell’integrazione è quello “assimilazionista”, fondato sull’adattamento dell’alunno disabile a un’organizzazione scolastica che è strutturata fondamentalmente in funzione degli alunni “normali”.

Porre la normalità come modello di riferimento significa negare le differenze. Per Ainscow il limite maggiore dell’integrazione è il suo essere basata  su una concezione che nell’intento di offrire più opportunità ai soggetti speciali, non mette mai in discussione il paradigma della normalizzazione.

Handicappato (parola che ritroviamo ancora nella legge 104/92), diversamente abile, disabile, bes, dsa, ecc.

Oggi parliamo finalmente di inclusione. Ma se vogliamo fare veramente inclusione dobbiamo iniziare a cambiare il lessico che fino ad ora è stato ingiustamente adoperato per etichettare con superficialità e in modo irrispettoso un essere umano, che possiede un nome e un cognome.

Sull’inclusione si gioca una partita importante per l’istituzione scolastica perché la qualità della scuola si misura dall’inclusione.

“La qualità dell’inclusione è la qualità della scuola”, afferma Lucio Cottini, autore di un prezioso testo sulla didattica speciale.

Le aule scolastiche non servono soltanto a promuovere abilità intellettuali: servono anche ad insegnare ad essere dei buoni cittadini e quindi insegnare a vedere l’umanità dell’altro, chiunque possa essere.

L’insegnante ha un ruolo importantissimo: è l’artefice del cambiamento, il facilitatore del processo di apprendimento e del successo formativo di ogni singolo allievo.

Lo “star bene a scuola” dipende dalla sua capacità di generare inclusione e lavorare quindi sull’organizzazione della classe e della scuola insieme ad una buona didattica nel rispetto degli stili di apprendimento di ogni singolo allievo.

Il curriculo inclusivo, che fonda le sue basi sull’Universal Design for Learning, comporta la pianificazione e la messa in atto di programmi educativi che tengano conto del singolo e di tutti. Quello che è necessario per alcuni può risultare utile per tutti. La sfida rimane sempre quella di coniugare la didattica curriculare con le prospettive dell’inclusione.

“Non si tratta – spiega Cottini – di includere gli allievi nella classe, sostituendo il termine integrazione con uno maggiormente accattivante, ma di rendere inclusivi i contesti, i metodi e gli atteggiamenti per tutti. Si tratta quindi di concepire fin dall’inizio una progettualità rivolta a tutti, tenendo conto delle differenze di ogni singolo allievo”.

Per essere un buon insegnante poi è necessario essere emotivamente intelligente e socialmente adeguato, possedere delle soft skills, delle competenze trasversali quali doti empatiche e abilità comunicative, dialogo, capacità di confronto e ascolto.

La scuola non è solo istruzione, ma anche educazione. I bambini vanno educati, non curati.

L’insegnante fallisce nel momento in cui non crede nelle potenzialità del bambino, non ha fiducia nelle sue possibilità e focalizza l’attenzione su limiti e incapacità.

Il presupposto del docente è la vocazione e la passione per l’altro.

Occorre quindi ripensare la relazione educativa cogliendo il vero senso dell’educazione: prendersi cura dell’altro come essere unico ed irripetibile nella sua diversità attraverso la maieutica educativa quotidiana che caratterizza la sua mission.

L’insegnante è colui che coltiva l’utopia, il poter essere. Colui che coltiva la bellezza di ognuno dei suoi allievi. L’apertura all’altro è l’elemento essenziale di ogni pratica pedagogica. L’alterità è opportunità di arricchimento, è comprensione.

Buber dice che “l’uomo diventa io a contatto con il tu”. Nel riconoscimento dell’altro e nel dialogo è racchiusa la prima tappa della formazione umana.

Punto di partenza è il concetto di umanità, l’insieme di qualità che caratterizzano una persona come unica. Mettendomi in relazione con l’altro, realizzo me stesso come essere, come persona.

Il principio è trattare ogni persona come un fine, mai come mezzo.

Solo valorizzando la diversità e riconoscendo l’unica matrice umana è possibile realizzare un cambiamento che deve essere innanzitutto di natura spirituale. Siamo persone, non disabili o diversamente abili o bes.

Educare alla comprensione umana fra vicini e lontani e insegnare la cittadinanza terrestre, insegnando l’umanità nella sua unità antropologica e nelle sue diversità individuali e culturali costituiscono alcuni dei tratti essenziali della funzione dell’insegnante secondo Edgar Morin. L’esigenza è considerare il valore della differenza.

Disabile non è l’individuo, ma la situazione che, non tenendo conto della pluralità di soggetti e delle loro caratteristiche specifiche, ne privilegia alcuni a scapito degli altri.

La disabilità è soprattutto il prodotto del contesto culturale. La disabilità è insita nella società, nella mentalità, non nell’alunno disabile.

Le barriere, in una società giusta e rispettosa, non dovrebbero proprio esistere.

L’insegnante deve sapere quali strumenti tirare fuori per Luca, Chiara, Marco, Giorgia, per chi ha caratteristiche specifiche, per chi ha delle difficoltà (gli “ostacoli alla partecipazione e all’apprendimento” di cui parlano Booth e Ainscow). L’attenzione va riposta verso la persona.

“Si tratta del negare le qualità della ricchezza umana individuale, di peculiarità diversa, al soggetto che è riconosciuto come appartenente alla classe definita dall’etichetta (è autistico..), che lo identifica il modo stereotipato con le caratteristiche tipiche di quella definizione e attivando aspettative altrettanto stereotipizzate. Il labeling fa comodo alla
pigrizia mentale e conoscitiva, che non vuole faticare per comprendere la complessità
umana”, scrive Dario Ianes nel suo libro “Alunni con Bes”.

Secondo Booth e Ainscow parlare di alunni con Bisogni educativi speciali rappresenta il primo passo di un processo che conduce all’etichettatura di alcuni alunni, e conseguentemente ad un’implicita riduzione della attese educative nei loro confronti.

“L’idea che le difficoltà educative possano essere affrontate individuando alunni con Bisogni Educativi Speciali appare infatti assai problematica, in quanto impone un’etichetta che può condurre a una diminuzione delle aspettative nei confronti di tali alunni. Al tempo stesso tale visione distoglie l’attenzione dalle difficoltà che incontrano anche gli alunni «normali», e dai problemi che possono insorgere a partire dalle relazioni, dalle culture, dai curricoli, dagli approcci all’insegnamento e all’apprendimento, dall’organizzazione della scuola e dalle politiche educative. Ne deriva una frammentazione degli sforzi compiuti dalla scuola per rispondere alla diversità degli alunni, che vengono così etichettati secondo varie categorie: «Bisogni Educativi Speciali», «italiano seconda lingua», «minoranza etnica», «superdotato».”

I bisogni educativi speciali dovrebbero diventare i bisogni specifici di ognuno, nell’ottica di una pedagogia dell’accompagnamento e della presenza secondo l’impronta data da don Milani e dal suo “I care”, (mi sta a cuore), riconoscendo i principi fondamentali della Carta di Lussemburgo del 1996, che promuove “la scuola per tutti e per ciascuno”, qualunque sia il livello scolastico e formativo, e per tutto il corso della vita. “La Scuola per Tutti e per Ciascuno deve adattarsi alla persona e non viceversa. E colloca la persona al centro di tutto il progetto educativo riconoscendo le potenzialità e i bisogni specifici di ciascuno”.

Bisogna necessariamente partire dal concetto di umanità nel rispetto della persona e di tutte le diversità. Sarebbe meglio, secondo Vehmas, pensare che ci sono solo “bisogni che sono unici per ogni individuo”.

(mm)

Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Daniel Pennac

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido. A. Einstein

(Maria Murone)